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  • Paolo Gentili

CAPA IN COLOR



Tra le più belle mostre fotografiche in cui possa capitare d’imbattersi negli ultimi tempi, merita senza dubbio un posto d’onore Capa in color, allestita nella Sala Mostre delle Gallerie Estensi di Modena, e

il titolo dell’esposizione suggerisce bene l’eccezionalità dell’esperienza, dato che Robert Capa, cui è dedicata, è universalmente riconosciuto come maestro indiscusso della fotografia b/n.

Per la prima volta sono state raccolte nella medesima mostra oltre 150 immagini a colori, lettere personali e appunti dalle riviste su cui furono pubblicate, e permettono di conoscere l’opera di Capa nella sua veste forse meno nota, ma fondamentale per comprendere la sua opera in toto. L’esposizione nasce da un progetto di Cynthia Young, curatrice della collezione di Robert Capa al Centro internazionale di fotografia di New York. Nato a Budapest nel 1913, Endre Friedmann, naturalizzato poi statunitense col nome di Robert Capa, iniziò la sua carriera di fotografo per caso, spinto dalla necessità di mantenersi all’università; la consacrazione lo raggiunse dopo l’incontro a Parigi con il grande Henri Cartier-Bresson e raggiunse la fama con i suoi immortali reportage in bianco e nero, che documentarono la guerra civile spagnola, la guerra sino-giapponese, la Seconda Guerra Mondiale, la guerra arabo-israeliana, la prima guerra d’Indocina. Capa catturò con il suo obiettivo immagini iconiche, pubblicate su riviste prestigiose, come Collier’s e Life, in grado sempre di raccontare non solo l’efferatezza dei conflitti, ma di rappresentarne soprattutto le emozioni, che lui stesso provava come osservatore, generando così una nuova consapevolezza nel pubblico in relazione agli eventi bellici. L’incontro con il colore risale al 1938, quando Capa era impegnato in Cina per la guerra contro il Giappone, in un reportage durato otto mesi. Il fotografo scrisse a un amico della sua agenzia di New York: “Spediscimi immediatamente 12 rulli di Kodachrome con tutte le istruzioni su come usarli, filtri, ecc.… in breve, tutto ciò che dovrei sapere, perché ho un’idea per Life”. Del servizio in questione sono sopravvissute solo fotografie in bianco e nero, tranne quattro immagini pubblicate sulla rivista Life quello stesso anno. Questo vuol dire che Capa sperimentò nei suoi lavori le pellicole a colori molto prima che diventasse una pratica comune per i fotoreporter. Sono pochissime le immagini a colori, prima della fine del secondo conflitto mondiale. Fu solo dopo che la produzione di Capa privilegiò questa scelta estetica per raccontare ad americani ed europei la vita quotidiana di persone comuni e paesi lontani, portando comunque sempre con sé una fotocamera per le pellicole in bianco e nero e una per quelle a colori. Tra i suoi primi lavori si trovano le fotografie della Piazza Rossa di Mosca, realizzate durante un viaggio in URSS nel 1947 con lo scrittore John Steinbeck e la vita dei primi coloni in Israele nel 1949-50. Per il progetto Generazione X, Capa si recò a Oslo, a Essen, nel nord della Norvegia e a Parigi per catturare la vita e i sogni delle giovani generazioni nate prima della guerra. Gli scatti finirono sulle pagine di popolari riviste, come le statunitensi Holiday e Ladies’ Home Journal, la britannica Illustrated e l’italiana Epoca. Il colore rappresentava anche la vitalità della ricostruzione post-bellica, era sinonimo di eleganza e stile… Capa realizzò reportage che ritraevano l’alta società e i suoi luoghi rituali, dalle stazioni sciistiche più prestigiose alle spiagge della Costa Azzurra più frequentate. Anche la moda e il cinema catturarono l’attenzione del suo obiettivo “a colori”: attori e registi sui set cinematografici, come Ingrid Bergman nel film Viaggio in Italia di Roberto Rossellini, Orson Welles in Black Rose e John Huston in Moulin Rouge. In questo periodo, Capa realizzò anche una serie di ritratti, come quelli di Pablo Picasso, fotografato su una spiaggia con il figlio Claude, o di Giacometti nel suo studio a Parigi. Continuò a lavorare con pellicole a colori fino al termine della sua vita, anche durante il viaggio in Indocina dove fu ucciso nel maggio 1954, lasciando un’eredità professionale che condizionerà tutta l’estetica fotografica mondiale successiva. “Oggi grazie alla possibilità del digitale possiamo riscoprire e valutare nuovamente l’abilità di Robert Capa nel fotografare a colori. Tutte le immagini in mostra sono state scansionate e poi corrette cromaticamente per restituire alle pellicole il colore sufficiente per renderle adeguate alla versione originale, poiché con il passare del tempo queste, specialmente quelle in Ektachrome, avevano subito perdite di colore importanti – dichiara Martina Bagnoli, direttrice delle Gallerie Estensi - Il lungo lavoro di restauro promosso dall’International Center of Photography ci permette di tornare ad apprezzare Robert Capa in tutte le sue sfumature. Con questa iniziativa le Gallerie Estensi vogliono celebrare il colore del passato ma anche segnare un nuovo inizio “a colori” per il museo dopo i lunghi mesi di grigio che la pandemia ha imposto a tutti noi”.

La collezione è presentata da ICP-International Center of Photography, grazie a ICP Exhibitions Committee e ai fondi pubblici del New York City Department of Cultural Affairs in partnership con il consiglio cittadino.

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