BOLOGNA

I Portici di Bologna patrimonio dell’umanità

Diventare un Patrimonio dell’Umanità Unesco richiede il possesso di un requisito imprescindibile: il luogo proposto per la candidatura deve avere un Eccezionale Valore Universale, e per giungere a questo riconoscimento, bisogna dimostrare che rappresenti un bene per tutti i popoli, anche se probabilmente mai ne avranno contezza. Peccato, però, non sapere che effetto fa il ticchettio dei propri passi in un pomeriggio afoso passando sotto i portici di Piazza Santo Stefano oppure correre a lezione in dipartimento lungo le arcate di via Zamboni, in una mattina fredda e piovosa… Chissà cosa avrà colpito Olivier Poisson, l’ispettore inviato a Bologna a fine settembre dall’ Icomos, organismo consultivo dell'Unesco che si occupa di conservazione dei monumenti, quando ha visitato i dodici siti che costituiscono la categoria porticata per cui si sta cercando di ottenere il prestigioso riconoscimento. Dai portici trionfali di Piazza Maggiore all’edificio porticato del Mambo, dai portici residenziali di Santa Caterina a quelli commerciali del Pavaglione e dei Banchi, 62 chilometri di archi e soffitti di ogni epoca, finalità e stile proteggono da sempre i passanti del capoluogo emiliano, e tracciano un percorso storico cui si sovrappongono le storie, piccole e grandi, di tutti coloro che li hanno attraversati nei secoli. A partire dall’XI secolo, hanno cominciato a far parte in maniera stabile dell’identità architettonica della città, inizialmente per sostenere l’aumento della cubatura delle case, attuata con “sporti” in legno sorretti tramite il prolungamento delle travi portanti del solaio, all’occorrenza puntellati da mensole dette “beccadelli”: quando gli sporti cominciarono a diventare eccessivamente aggettanti, fu necessario sostenerli con colonne da terra per impedirne il crollo, e così si ebbero i primi porticati. I benefici non si limitarono ai proprietari degli edifici al primo piano, che avevano così a disposizione più spazio abitativo, ma si estesero anche a chi risiedeva a pianterreno, favorendone la socialità, e ne giovarono le attività commerciali e artigianali presenti, offrendo pure un deciso riparo dagli agenti atmosferici. La nascita dell’università, nel 1288, comportò un forte aumento della popolazione per la città e fu necessario intervenire a livello istituzionale per disciplinare l’edificazione dei portici, imponendo regole e misure precise, per impedire, ad esempio, che i bancali dei commercianti occupassero tutto lo spazio, impedendo il passaggio dei cavalli o dei passanti. Non tutti però rispettarono queste norme, soprattutto nei quartieri più poveri, quindi la varietà di fogge e dimensioni realizzate - e ancora oggi osservabili- è enorme. Il porticato più stretto -l’attuale via Senzanome- è largo appena 95 centimetri. Il primato dell’altezza, invece, appartiene a uno dei portici più antichi, situato in via Altabella, Palazzo Vescovile, che misura quasi dieci metri. Il quadriportico di Santa Maria dei Servi è il più esteso, mentre il portico del Palazzo del Podestà in Piazza Maggiore è unico per le formelle che ricoprono i pilastri, creando un effetto davvero scenografico. Tra i porticati candidati a diventare patrimonio Unesco, il più recente è situato nel Quartiere Barca: si tratta del famoso “Treno”, un edificio porticato che si snoda per circa 600 metri, realizzato alla fine degli anni ’50 nell’ambito della ricostruzione post-bellica, destinato soprattutto alla manodopera operaia proveniente dal Sud. L’architetto bolognese Giuseppe Vaccaro lo progettò con la precisa volontà di reinterpretare gli antichi portici del centro storico, racchiudendo in questo spazio tutte le attività commerciali, sociali e abitative che hanno caratterizzato la vita dei portici a Bologna già dal Medioevo. Ed è proprio nel segno di questa continuità temporale, di questa inesauribile vitalità che si innesta in maniera produttiva nel tessuto della città, che le speranze di veder riconosciuto ai portici il loro “Eccezionale Valore Universale” diventano sempre più concrete. Nei primi mesi del 2021, dopo una fase tecnica e interlocutoria dedicata da Incomos alla valutazione degli esiti dell’ispezione di settembre, l’Unesco diventerà protagonista della valutazione di tutti i possibili aspetti della candidatura. L’esito di questo percorso è ancora lontano, ma chiunque abbia attraversato i portici anche solo una volta nella vita avrà a cuore le sue sorti. Chissà se potrebbe funzionare qualche rito, come quello che gli studenti dell’Alma Mater di Bologna si sono tramandati per generazioni: a laurea avvenuta, si va a San Luca percorrendo il porticato in ginocchio, per ringraziare la Madonna. Nel caso la candidatura fosse accettata, probabilmente nessun bolognese si tirerebbe indietro…






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